Quel 2 dicembre 1968: sciopero con strage ad Avola


«Io c’ero. Quel giorno che uccisero Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, braccianti»

Immagine depoca dello scioperoSalvatore Bonadonna

Quella mattina a Chiusa di Carlo – “Sant’Antuninu” , come la chiamano gli avolesi per via dell’edicola al santo dedicata e posta al bivio per la marina di Avola – il freddo era più pungente degli altri giorni. La sera prima, dopo l’assemblea, ero tornato a casa, a Siracusa, perché era domenica e soprattutto perché l’indomani sarebbero venuti i trasportatori a caricare i pochi mobili e i libri per il mio trasferimento a Porto Marghera, la sede del mio nuovo incarico sindacale. Era l’ultima vertenza che avrei seguito a Siracusa, ma non potevo mancare il giorno dello sciopero generale, con questi braccianti avevo un rapporto molto forte. Arrivai che ancora era buio. Peppe Vaccarella, il segretario della Camera del Lavoro, una vita da bracciante, era già li con la sua coppola calcata sulla pelata. Andiamo, come al solito, a prendere il caffè nel bar del riquadro della Piazza riservato ai braccianti (si, perché in un altro riquadro, ci stanno i commercianti, nell’altro i contadini coltivatori diretti, nell’altro ancora gli agrari e gli altri proprietari e i professionisti…).Peppe, è un uomo calmo, coraggioso e deciso, ma quel giorno è inquieto: l’incontro sindacale di ieri, strappato al Prefetto qualche giorno prima, si era risolto in una beffa: gli agrari avevano mandato un funzionario per ribadire che, niente, non c’è un bel niente da trattare. Poi era arrivata la polizia, i braccianti inseguiti in piazza e nelle strade, la tensione salita al massimo, gli animi esasperati, l’assemblea che proclama lo sciopero generale. I braccianti, infatti, non hanno nessuna intenzione di cedere. La polizia l’hanno respinta, e non fanno breccia nemmeno i “caporali” mandati dagli agrari con pressioni e ricatti, e anche con promesse di premi in danaro per chi avesse rotto il blocco e l’unità.

Il momento è arrivato
Ormai è l’alba dello sciopero generale. Da quindici giorni inutilmente l’agitazione va avanti in modo “articolato” , i tentativi di aprire la trattativa sono stati vani. Il fronte agrario siracusano è fortissimo, sostenuto , oltre che dalla Confagricoltura nazionale (con alla testa il conte Gaetani), anche dal Prefetto, notoriamente legato agli agrari, dal Ministro dell’Interno Franco Restivo, siciliano e uomo degli agrari.
Peraltro, quella dei braccianti di Avola è una vertenza decisiva,”pilota”. È stata preparata con mesi di studio della Federbraccianti: la piattaforma rivendicativa, discussa in decine di assemblee in tutte le leghe bracciantili della zona Sud – da Siracusa a Noto a Pachino – è impegnativa e risente del clima delle lotte studentesche ed operaie che in quel ’68 hanno segnato l’Europa e l’America. Anche nelle famiglie dei braccianti è arrivato l’eco del Maggio francese, è il tempo in cui si proclama l’unità degli studenti e degli operai. Del resto, aria nuova. In luglio, gli operai della SINCAT Montedison di Priolo hanno scioperato, per la prima volta dopo la pesante sconfitta subita nel ’63, con gli stessi obiettivi conquistati al Petrolchimico di Marghera: 10.000 lire di aumento uguale per tutti sul premio di produzione. Aria nuova. Si è rotto il muro della paura e della subordinazione.

Fuori dalle “gabbie” e dal caporalato
Aria nuova. I braccianti di Avola li colgono, questi “segnali”. Loro si sentono discriminati, vogliono mettere in discussione quel vecchio accordo sindacale, quello che divide la provincia in due zone: la zona Nord, quella dell’agrumeto, attorno a Lentini, classificata “A”, con un salario giornaliero di 3.480 lire per sette ore e mezza di lavoro; e la zona Sud, quella dell’ortofrutta, attorno ad Avola, classificata “B”, con il salario di 3.110 lire per otto ore di lavoro. Rivendicano, dunque, il superamento di quella “gabbia” ; e anche un aumento della paga del 10%, circa 350 lire giornaliere. Ma la rivendicazione più di sentita dai braccianti – sentita come conquista di dignità e di libertà – è la eliminazione del “caporalato”, è la istituzione della Commissione Sindacale per il Controllo del Collocamento della manodopera, così da spezzare l’atavico ricatto sul mercato del lavoro. È evidente, quindi, il motivo della resistenza oltranzista degli agrari: vedevano messo in discussione il loro potere. Per questo lo scontro fu durissimo e il risultato pagato ad un prezzo altissimo: una strage con due morti e decine di feriti.

I picchetti e il blocco stradale
Da quando lo sciopero è stato proclamato ad oltranza, sono in funzione i picchetti, sia sulle strade in uscita dalla città, sia su quelle che scendono alla piana dai paesi di montagna. Picchetti come luoghi strategici, di incontro, di discussione; lì vengono bloccati i tentativi dei crumiri fatti arrivare dai”caporali”; li si fa opera di convincimento, si danno informazioni, si spiega la ragione della lotta.
Il blocco della resistenza bracciantile è diverso dal picchetto davanti alla fabbrica o ad un ufficio. Qui il blocco è un momento operativo, di organizzazione, Dal blocco, infatti, ogni mattina, partono squadre di giovani compagni, generalmente in moto, per andare a controllare che nelle aziende non siano entrati a lavorare i crumiri; e occorre conoscere tutti i luoghi e tutte le trazzere, anche secondarie, le diverse colture pronte per la raccolta nelle diverse aziende, la collocazione delle serre e le vie d’accesso per evitare di essere bloccati dalla polizia e dai carabinieri. Quando era il caso d’intervenire dentro le aziende, per convincere i crumiri ad unirsi alla lotta, l’auto della Camera del Lavoro, con gli altoparlanti, è in testa a guidare la squadra di braccianti (ed è il momento per il dirigente sindacale di mostrare sul campo coraggio e capacità). Permettetemi di ricordare l’episodio: capitava pure, in quei giorni, che agrari particolarmente arroganti e caporali particolarmente servili minacciassero con i fucili le squadre di scioperanti; e fu l’intelligenza ed il coraggio di tre giovani braccianti a sottrarmi, in una circostanza, ad un sicuro pestaggio…
Venerdì 29 il conflitto si è fatto più duro, la situazione sempre più tesa; le notizie di arrivi notturni di squadre di crumiri ha irrigidito il blocco sulla strada di Avola; si temeva la vanificazione della lotta se i crumiri avessero provveduto alla raccolta degli ortaggi anche in una sola azienda. A quel punto, un centinaio di braccianti decide di fare un blocco stradale sedendosi a terra.
Inizia un lungo braccio di ferro con le autorità, il Prefetto in primo luogo. Non c’erano i telefonini, allora, e le comunicazioni avvenivano tramite il Comune nella persona del sindaco socialista Giuseppe Denaro, che era anche deputato regionale. Talvolta, anche attraverso la radio della pattuglia della polizia; quel giorno non era il clima adatto. Una delegazione – formata dal Sindaco, dal deputato Nino Piscitello segretario della Federazione Comunista, dal Pretore di Avola e dal segretario della Federbraccianti Orazio Agosta – viene mandata dal Prefetto a chiedere una convocazione urgente delle parti. Quando tornano ci dicono che la convocazione è in corso e i braccianti, anche se poco convinti, liberano la strada. Qualche ora dopo, ottenuto lo sgombero, il Prefetto rinvia l’incontro all’indomani. E l’indomani gli agrari non si presentano. Dice, beffardamente, il Prefetto: «Perché impediti dai blocchi stradali». E quindi nuovo rinvio, prima martedì, poi domenica. Altra beffa: arriva un funzionario della Associazione Agricoltori, senza poteri e senza mandati, e ci dice che per loro non c’è proprio nulla da trattare. Gli interventi di Denaro e di Salvatore Corallo del PSIUP, deputati regionali, sulla Giunta non sortiscono alcun effetto. Quelli sul governo Leone, dimissionario, ancora meno. Dal canto nostro, noi, con i mezzi disponibili, chiamando dai bar coi telefoni a gettone, ci teniamo in contatto con Carlo Cicerchia, con Giacinto Militello, con Feliciano Rossetto dirigenti regionali e nazionali della CGIL e della Federbraccianti che, a loro volta, cercano contatti con il governo per sbloccare la vertenza (ciao Carlo, ciao Feliciano, ve ne siete andati troppo presto).
Diventa, dunque, inevitabile: l’assemblea di domenica sera proclama lo sciopero generale e il blocco di tutte le attività. Quando arriviamo a Sant’Antuninu, il blocco è in corso, diverse migliaia di braccianti sono lì riuniiti. Attorno ad alcuni fuochi, seduti sulle pietre, mangiano pane e olive nere, formaggio, sarde salate. Nei capannelli si commenta e Peppe, con l’altoparlante, parla dei motivi della lotta, invita alla calma e alla autodisciplina.

Polizia e carabinieri attaccano, morti e feriti
La pattuglia di polizia e carabinieri, che staziona ormai dall’inizio dei blocchi, ordina di sgAvola 2 dicembre 1968ombrare la strada; il funzionario presente fa intendere che questa mattina arriveranno i rinforzi da Catania, il reparto Celere. Siamo preoccupati perché quel reparto, l’anno prima, a Lentini, il 13 dicembre, aveva sferrato un attacco immotivato e proditorio, sparando e provocando feriti. E abbiamo la conferma che purtroppo le nostre preoccupazioni sono fondate: arriva il Sindaco Denaro, il quale, salutando con calore e ansia (persino me, dopo quasi una anno di polemiche per la mia uscita dal PSI), ci dice che il Prefetto D’Urso l’ha chiamato quasi per intimargli: «Il blocco della strada deve sparire». Passa la mattinata in un crescendo di tensione; i compagni di Priolo ci avvisano che i gipponi della Celere sono sulla superstrada e stanno per arrivare. Il funzionario di polizia intima: il blocco va tolto “costi quel che costi”. Siamo preoccupati ma siamo anche più di cinquemila; difficilmente la Celere tenterà una carica in queste condizioni, ci diciamo. Ma non sarà così. Quando i gipponi della polizia arrivano ad un centinaio di metri dal blocco, gli agenti scendono armati di mitra, moschetti e zaini pieni di bombe lacrimogene e si schierano come per una battaglia; prima fila in ginocchio con i lacrimogeni innestati ai moschetti, seconda fila in piedi con altri fucili e mitra. Non sono armati di sfollagente. Il vice-questore Camperisi – divenuto famoso nella circostanza – è pronto a comandare l’attacco. Il sindaco fa un estremo tentativo di convincere il prefetto ad evitare un attacco che avrebbe potuto portare gravi conseguenze sulla popolazione inerme, anche di donne e bambini, che si era aggiunta al raduno. Ma lui è irremovibile; anzi, per tutta risposta, gli chiede di dare man forte alla polizia per togliere il blocco. È evidente che l’ordine viene dall’alto e non lascia margini. Il vicequestore, sequestrando una betoniera ferma ai margini della strada, ordina ai suoi uomini di posizionarla trasversalmente, davanti al reparto schierato. Quando lo schieramento è pronto, indossa la fascia tricolore e fa suonare i tre squilli di tromba: normalmente, preludono all’ordine di sgombero; questa volta sono, invece, il segnale dell’attacco.
E da lì, da dietro la betoniera, parte una salva impressionante di bombe lacrimogene; i braccianti rispondono con lanci di pietre disperdendosi al riparo dei muri a secco che costeggiano la strada e dividono i campi per scampare ai fumi dei lacrimogeni. E lanciano pietre sulla strada per evitare che la polizia possa caricare direttamente dalle camionette, come aveva cominciato a fare, creando il panico in mezzo a migliaia di persone. Cerchiamo di metterci al riparo; è inutile persino pensare ad un tentativo di parlamentare con la polizia. I funzionari e i comandanti sembrano invasati, vogliono colpire alla cieca, terrorizzare. Investiti dal gas dei loro stessi lacrimogeni, i poliziotti lasciano la postazione dietro la betoniera e vengono addosso ai braccianti sparando all’impazzata. Le pietre non possono nulla contro le raffiche di mitra.
Il vicequestore chiama rinforzi, che arrivano alle nostre spalle; siamo presi tra due fuochi. Noi inermi, con i lanci di sassi dei braccianti più giovani e la polizia armata che, con un ordine preciso, ormai inizia a sparare raffiche di mitra e colpi di moschetto ad altezza d’uomo. Sparano tutti, raffiche di mitra e colpi di moschetto ad altezza d’uomo; sparano direttamente i funzionari con le loro pistole e, per spronare gli uomini, uno di loro prende un moschetto dalle mani di un agente e tira diritto su un gruppo che cerca riparo dietro un muretto. Mentre i braccianti in fuga si disperdono nei campi e cercano riparo dietro i muri a secco e qualche albero di ulivo, la polizia organizza un inseguimento forsennato continuando a sparare; una sorta di feroce caccia all’uomo. Cominciamo a sentire attorno le grida di dolore dei feriti, i pianti, i lamenti, le imprecazioni, le urla selvagge dei poliziotti; e gli spari e le raffiche. Gridiamo a squarciagola «basta, ci sono feriti, forse ci sono morti». Proviamo a sventolare qualche fazzoletto.
Quando dopo quasi mezz’ora di quest’inferno, che sembrava non dovesse finire mai, sentiamo smettere i colpi e i comandanti richiamare gli agenti, intuiamo che la situazione è drammatica, più di quanto potevamo vedere dal nostro rifugio. Ci organizziamo per raggiungere e soccorrere i feriti sparsi come in un campo di battaglia. Le ferite sono tutte da armi da fuoco; i colpiti perdono molto sangue. Alcuni sono in condizioni gravi. Ci sono macchine in fiamme e altre crivellate di proiettili; anche le moto dei braccianti addossate ai muretti hanno i serbatoi forati dalle raffiche . Orazio Agosta ha visto cadere Sebastiano Agostino, un bracciante colpito al petto, poco distante da lui. Si organizza, in ogni modo, con le poche auto disponibili, di portare i feriti in ospedale. I reparti di polizia, evidentemente paghi della loro impresa e anncor più per sfuggire all’indignazione generale anche di quanti accorrono dalla città, si organizzano per tornare in caserma, portandosi dietro decine di fermati.
I feriti sono in un raggio di oltre trecento metri dal blocco stradale e Giuseppe Scibilia, 47 anni, bracciante di Avola, è morto colpito al petto a ridosso di un albero, a trecento metri dalla strada.
Il mio racconto in diretta dal luogo della strage finisce qui:si sono fatte le quattro del pomeriggio e il camion del trasloco è pronto a Siracusa, davanti casa; devo partire per Marghera. Ma sarei tornato per la manifestazione di protesta e i funerali. E’ il segretario della Cgil, Gino Guerra, ad informarmi poi a Roma che in tutta Italia sono in atto manifestazioni di protesta e si preparano scioperi per l’indomani. Mi dice anche che gli agrari sono stati costretti alla trattativa. E iI racconto che mi fa è tremendo: Angelo Sigona, di 25 anni, è morto all’ospedale di Siracusa dopo essere stato raccolto dietro un muretto colpito come per una fucilazione. Finiscono in ospedale Paolo Caldarella, ferito alla mano che aveva alzato in segno di tregua; Giorgio Garofalo con l’intestino perforato; Giuseppe Buscemi, Rosario Migneco, Orazio Di Natale, colpiti, come Caldarella, da colpi di pistola, quindi direttamente dai funzionari.
Con queste notizie prendo il treno della notte per Venezia. E arriva l’alba del giorno dopo alla stazione di Mestre: la trovo presidiata dagli operai in sciopero di protesta che chiedono il disarmo della polizia. E alla SIRMA di Marghera arrivo alla fabbrica attraversando lo spettacolo impressionante di blocchi stradali con i copertoni in fiamme e operai, carichi di rabbia e di pietà, con le lacrime agli occhi. Nella fabbrica entro trovandomi davanti duemila fonditori d’alluminio schierati, silenziosi, su due file. Mi viene chiesto di portare la testimonianza della giornata di strage. So dire solo che la prima fila di celerini era in ginocchio e la seconda in piedi con i fucili spianati, quando si è scatenato l’inferno. Un nodo alla gola e, finalmente, un pianto a dirotto… E’ in questo modo che sono entrato nel mio nuovo incarico.

E’ la prima volta che scrivo di Avola. A quarant’anni di distanza, mi pare giusto testimoniare per rendere omaggio a due braccianti caduti che non hanno avuto neppure giustizia; ricordare una conquista, purtroppo perduta rapidamente, e raccontare la condizione e la lotta dei braccianti di Avola ai nuovi braccianti immigrati che vivono una condizione persino peggiore. Quella lotta è parte costitutiva del movimento che ha fatto fare un salto di civiltà al Paese e al mondo del lavoro: ha portato allo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, alla riforma della scuola e dell’Università che ha acceso tante speranze.
Quei morti e quei feriti non hanno avuto giustizia; ma il neo Ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini, socialista di allora, era ai loro funerali e Angelo e Giuseppe sono gli ultimi lavoratori uccisi dalla polizia in un conflitto di lavoro. La tesi che quel massacro fu provocato da alcuni agenti fuori di testa, come raccontò il governo in Parlamento, ovviamente, non ha retto (chili di bossoli esibiti alla Camera sono stati argomento convincente anche se non accettato). La parificazione salariale, compreso il superamento della “gabbie salariali”, bene o male, ha resistito fino ad ora, anche se è messa in discussione. Il controllo del Collocamento da parte delle Commissioni dei Lavoratori non ha retto; piuttosto che garantire un avviamento al lavoro sulla base delle priorità oggettive e non sulla scelta discrezionale del padrone, hanno preferito abolire il Collocamento Pubblico e istituire quello delle agenzie private. Il caporalato, sconfitto ad Avola, ha avuto la sua rivincita, si è “internazionalizzato”, come il mercato del lavoro.
Tornare a leggere quello che è successo allora – e studiare quello che avviene adesso – forse è la strada giusta per ricordare quelli che hanno lottato e pagato con la vita. Ma non per fermarci a celebrarne la memoria.

Pubblicato il 2 dicembre 2008 su Articoli, Rassegna stampa. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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