La miccia corta in mano agli uomini


Speciale 8 marzo di Liberazione: pag. 1 / pagg. 2-3 / pag. 4

Un altro 8 marzo, tra conflitto, ripetizione rituale e, ovviamente, markettizzazione. Il conflitto politico prende aria, corpo e parola nelle iniziative autorganizzate, tra ieri e oggi, da lesbiche e femministe, che dopo la manifestazione nazionale del 22 novembre scorso a Roma, sono tornate al lavoro capillare sul territorio, fatto di micropratiche quotidiane di solidarietà e comunicazione. Da Torino a Napoli, da Firenze a Cagliari, da Milano a Palermo, contro la violenza maschile che non ha confini né nazionalità, ma ha un luogo di esercizio privilegiato molto preciso: la casa, la famiglia, le relazioni eterosessuali. Contro la strumentalizzazione razzista del pacchetto sicurezza che le vuole declassare da soggetto di diritto – una posizione conquistata con un centinaio d’anni di lotte – a oggetto di tutela. Contro la regressione culturale e sociale che, suonando il sordo tamburo delle ronde, sta travolgendo come un fiume in piena questo paese. Ed è nella rossa Bologna che la perversa circolarità dei dispositivi securitari si è pienamente disvelata.

L’assemblea cittadina di femministe e lesbiche, che ieri sera ha dato vita ad un corteo per ribadire che la violenza maschile non è una questione di ordine pubblico, non ha ricevuto il “permesso” – autorizzazione paterna o maritale? – a percorrere le vie del centro. Ironia della sorte, per motivi di ordine pubblico. Proprio Bologna, infatti, ha il primato temporale nel recipimento della direttiva Maroni, che vieta le manifestazioni nei centri cittadini durante il fine settimana. Di mezzo c’è andata, come sempre per prima, un pezzetto di libertà per le donne. Eppure, malgrado tutto e tutti, le donne vanno avanti. Al contrario di quello che si dice, hanno meno paura, denunciano di più. Anche se la violenza è cambiata, insieme a loro. Non più ordinaria amministrazione dell’ordine simbolico patriarcale, ormai – questo sì – in preda al panico, è diventata stato d’eccezione permanente, feroce dispositivo di controllo che garantisce la riproduzione di un’organizzazione sociale fatta di disuguaglianze e di asimmetrie, fino a prendere le sembianze della vendetta contro l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne. Tra l’uguaglianza formale e quella sostanziale, si sa, c’è il mare di mezzo. Per trasformare il “senso comune” il diritto non basta, c’è ancora bisogno del “senso critico” della politica. Ma di quale politica?

Fino a una decina di anni fa, per parlare delle disuguaglianze tra uomini e donne, si usava l’odiosa formula “questione femminile”, come se non riguardasse gli uomini. In questo 8 marzo, tante – per giungere alla ripetizione rituale e retorica della celebrazione istituzionale -, ancora troppe, le iniziative curiosamente declinate per coppie tematiche, che conservano il sapore della “questione femminile”. Donne e politica, donne e cultura, donne e lavoro, donne e ambiente, e così via all’infinito. Ma che significa? Che abbiamo ancora bisogno di ricordarci e ricordare che le donne sono dappertutto, che, pur pagando prezzi altissimi, possono e fanno tutto? O che le culture politiche tradizionali, di destra e sinistra, continuano a mettere la “questione di genere” – nella versione politicamente corretta – nella sotto-agenda, quella eternamente rimandabile, delle questioni “specifiche”?

Certamente, nell’ordine del discorso, ci sono almeno due spaventose rimozioni che stordiscono. Quella che non fa nominare quasi mai le teorie e le pratiche politiche, in movimento e in continua ridefinizione, che hanno cambiato davvero la condizione simbolica e materiale delle donne: il femminismo, la rivoluzione più lunga, o come tante amano dire, l’unica rivoluzione del Novecento che ha avuto successo e che evidentemente è ancora scomoda, ancora spaventa. Una rimozione che fa il paio con quella che riguarda un altro genere, quello maschile, che ancora si può permettere di travestire la parzialità del proprio sguardo da neutro universale, l’uomo. Eppure, dalla sfera privata alla sfera pubblica, senza soluzione di continuità, tutto indica la grave responsabilità maschile, la vera questione dell’oggi. Del resto, la stessa crisi della politica è maschile, perché le forme tradizionali della politica lo sono. Maschili i ceti politici in agonia – indipendentemente dalla variabile delle quote di rappresentanza “femminile” -, che quando non dichiarano apertamente la loro crisi, la esorcizzano e tentano di restaurare quell’ordine simbolico ormai decomposto, attraverso escamotage autoritari. Maschile il fallimento di un sistema economico basato sullo sfruttamento selvaggio dei corpi, delle risorse, del lavoro di cura e di riproduzione. Le donne non ci stanno più, sono cambiate molto, in processi continui di differenziazione e soggettivazione, tanto che nessuna figura o finzione grammaticale può più riassumerne le trasformazioni.

E gli uomini? Quale alternativa possono credibilmente rappresentare? Ancora troppo pochi – quasi si contano sulle dita -, quelli capaci di avviare processi di radicale messa in discussione del maschile, come principio organizzatore gerarchico, violento, della società. Forse perché per il maschile non esistono terapie riparative. Va solo decostruito, sovvertito, smontato. Cominciate a preoccuparvene davvero, ascoltate le vostre paure, prima che il tempo a vostra disposizione si consumi, come una miccia corta.

di Beatrice Busi http://www.liberazione.it

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Pubblicato il 8 marzo 2009 su Rassegna stampa. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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