Tra mille problemi, a Tempera ci siamo


Cronaca delle Brigate di solidarietà dal campo di Tempera

di Francesco D’Agresta su Liberazione del 14/04/2009

Provo a raccontare le due giornate che io e altri quattro compagni della provincia di Pescara abbiamo vissuto come primo nucleo di Rifondazione Comunista a L’Aquila.
Immediatamente lunedì 6 a poche ore dalla scossa principale il nostro partito si mette in moto Mentre i telefoni della Federazione squillano incessantemente e il circolo “Gramsci” di Pescara si trasforma in un centro di raccolta materiali, dai compagni di Roma arriva la disponibilità di una cucina da campo (una di quelle che utilizziamo per le feste di Liberazione). Dopo un’ora siamo pronti e partiamo immediatamente con la mia panda, senza niente solo con quello che abbiamo addosso qualche sacco a pelo ed una tenda.
E’ notte e subito cominciano le difficoltà: da Roma ci sono problemi con la cucina che sembra rotta e ne va trovata un’altra, intanto qui comincia a piovere e la panda carica com’e, sembra arrancare lungo la statale. Per strada incontriamo interminabili file di auto civili che stanno lasciando la provincia de L’Aquila e più ci avviciniamo più ci si rende conto della tragedia, si vedono le prime case squarciate, se pur lontane dall’epicentro. Le indicazioni che abbiamo sono minime e non abbiamo nessuna idea di dove sia il posto da raggiungere, così arrivati nei pressi del capoluogo abruzzese comincia un’odissea che durerà tre ore. La disorganizzazione è ancora massima , le strade cominciano a riempirsi di colonne di Protezione Civile proveniente da tutt’Italia. Dovremmo prendere l’autostrada ma ci viene negato l’ingresso in quanto non membri della Protezione Civile. Dopo due ore decidiamo di recarci al centro de L’Aquila e lì finalmente incontriamo un cittadino aquilano che mentre fuma un sigaro e dopo averci ringraziato di essere venuti, ci da indicazioni più concrete. Seguiamo l’indicazione, ma, tra la confusione generale e la nostra ci perdiamo tra le montagne dell’aquilano, riusciremo a raggiungere il campo di Centicolella (nostra prima destinazione) solo grazie alle indicazioni del segretario regionale PRC Marco Fars che ci guida in presa diretta mentre consulta Google Maps.
Appena arrivati al campo la prima impressione è quella di un parcheggio, centinaia di macchine posteggiate davanti un campo da rugby, scendiamo dall’auto e ci rendiamo conto che sono piene di sfollati con bambini, anziani e qualche animale domestico, ho impresso il ricordo di un gatto nero che dormiva tra le braccia della padrona. C’è fango, ancora non ci sono tende, non c’è nulla. Noi intanto cerchiamo un responsabile con il quale stabiliamo un primo contatto. Abbiamo voglia di dare una mano subito e di montare la cucina, così da essere pronti per la colazione, ma rimaniamo fermi per ore. Discutiamo continuamente con i responsabili, la burocrazia sembra essere più forte. “Chi siete”,” chi vi ha mandati”, le domande che ci vengono rivolte continuamente e “io non sono autorizzato”, “dovete chiamare la direzione centrale” e cosa di questo genere sono le risposte che ci vengono date, intanto arriva una scossa, per noi è la prima,non siamo spaventati, ma immediatamente ci viene contro la tragicità della situazione: da un grande tendone dove alcuni erano alloggiati escono decine di sfollati terrorizzati e in lacrime e comincia a salire l’angoscia alimentata dal nostro senso di impotenza. Passano le ore e circa alle tre di notte prendiamo atto che non hanno intenzione di farci lavorare e dopo aver dato una mano autonomamente a scaricare materassi e brandine dai container del Ministero, decidiamo di riposare. Dormiremo qualche minuto, il freddo è insostenibile ed il pensiero va a chi dovrà passarci interi mesi in tenda.
Alle sette del mattino veniamo mobilitati in cinque minuti, gettiamo tutto in auto e partiamo, quasi ancora dormendo, alla volta di Tempera. Finalmente una destinazione.
Dobbiamo attraversare L’Aquila e lo scenario è drammatico, esclusi i volontari la città è deserta, ci sono case totalmente distrutte ed altre inagibili, con i bagni ed i letti visibili dall’esterno. Mi fermo per chiedere indicazioni ad un Vigile del Fuoco che mi risponde: “Cosa andate a fare a Tempera, lì non è rimasto più nulla!”, gli spiego che siamo volontari allora mi rivolge un sorriso, mi tende la mano e ringraziandomi ci indica la strada.
Arriviamo a Tempera, su uno spiazzo di breccia i volontari del Servizio Civile stanno approntando le prime tende, cominciano ad avvicinarsi i primi civile con le facce totalmente alienate, non dicono una parola, si abbracciano mentre piangono. Gli anziani rimangono immobili mentre fissano il vuoto e osservano la vallata, si avvicina una donna con un bambino piccolissimo, qualche mese, ci chiede del latte, ma non c’è.
Cominciamo a montare la cucina, i compagni romani sono esperti e preparati e procediamo velocemente, ma ricominciano da parte dei responsabili le domande della sera prima, ci dicono di fermarci, qualcuno di noi comincia seriamente a spazientirsi, ma continuiamo a montare, l’idea è “una volta che avremo montato e cominceremo a dar da mangiare a chi ha perso la casa, chi avrà il coraggio di cacciarci”.
Non c’è acqua corrente.
Intorno alle tredici siamo finalmente attivi, forniamo i primi pasti: panini, la popolazione si avvicina timidamente e ci ringrazia ad ogni panino che serviamo.
Dopo un’ora siamo pronti per la pasta e la situazione cambia, ormai siamo il punto di riferimento del campo, si crea una fila lunghissima e si verificano i primi momenti di tensione tra chi è in fila.
Molti sono in pigiama, i bambini festeggiano per una bottiglia d’acqua e tra loro ci sono molti provenienti dall’estero, spesso badanti.
Anche la Protezione Civile e i VV. FF. vengono da noi per mangiare e rifornirsi d’acqua, sono coperti di polvere e stremati dal lavoro, mangiano e ripartono immediatamente.
Vengono assegnate, non senza difficoltà, le prime tende.
Finalmente arriva il latte e lo distribuiamo ai bambini, tra un’ondata di pasta e l’altra distribuiamo di tutto, un anziano in pigiama entra nella cucina, è magrissimo, non parla, è sconvolto, porta continuamente la mano alla bocca per segnalarci che ha fame.
Rallenteremo il ritmo solo verso le 17.00 chi ha cucinato è stanchissimo, ma risponde sempre con un sorriso e con la massima cortesia a chi gli chiede ancora da mangiare. Intanto altri di noi allestiscono una tenda magazzino, che a fine giornata diventeranno tre, con il materiale che comincia ad arrivare da Pescara raccolto dal Partito in tutt’Italia.
Spunta fuori un pallone ed è una rivoluzione per i bambini, qualche sorriso si percepisce sulla bocca delle madri.
Il sole che era stato cocente per tutta la giornata comincia a scendere, c’è un po’ di calma, regaliamo qualche uova di pasqua, ma basteranno solo per qualche bambino.
Sono tornato dopo 6 giorni, le cose sono migliorate e siamo organizzati. Bisogna continuare così e non dimenticare che l’emergenza durerà anni.

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Pubblicato il 14 aprile 2009 su Rassegna stampa. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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